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Lacrime d'albero

Rocca di Cavour, 13 ottobre 2009.
La giornata autunnale non è ancora fredda. È molto bella. C’è ancora molto verde. Sembra che l’incipiente inverno sia cosa d’altri.
La VB della Scuola Elementare di Villafranca Piemonte (anno scolastico 2009-10), è sulla Rocca per incontrare gli alberi, per imparare a conoscerli.
Sarà la luce particolare, sarà la dolcezza dell’autunno, sarà la magia della Rocca, da quel incontro nasce un racconto, una favola. La pubblichiamo volentieri.

Origini
Rocciaverde è… è…
Non la si può chiamare montagna, anche se dà l’idea di una montagna.
Non la si può definire una collina, anche se può assomigliare ad una collina.
E’ Rocciaverde. Una strana costruzione naturale sistemata lì, sulla pianura, staccata dai monti circostanti: un mondo a sé, spuntato un giorno di un tempo lontano e rimasto lì.
Fu proprio su quell’ammasso di rocce brulle, grigie ed insignificanti che si posò lo sguardo di Madre Natura, durante un suo viaggio di esplorazione.
La sua fluente e saggia chioma le si rizzò sulla testa alla vista di quella “cosa” informe e spoglia.
Si tirò su le maniche della candida veste e cominciò a depositare, sulla nuda roccia, alcuni semi che, all’istante, si trasformarono in germogli.
Ed ecco che Madre Natura divise i germogli in piante, arbusti ed alberi e col trascorrere del tempo, una rigogliosa vegetazione comparve tra le fredde rocce.
Fu per questo motivo che gli umani, abitatori della pianura sottostante, cominciarono a chiamarla Rocciaverde.

La magia degli alberi
In quel piccolo paradiso naturale la vita delle creature trascorreva felice.
Re Aberos, il possente abete rosso, vigilava affinché tutto andasse per il meglio, aiutato in questo compito da Casti, il castagno, Roverella, Strobo, Betty, la longilinea betulla  e dal muscoloso Spaccasassi; alberi giganteschi, robusti ed insieme gentili e rassicuranti, con le loro sfumature di verde e quella misteriosa mescolanza di maestosità e magia.
Sì, la magia degli alberi: la loro capacità di manifestarla a coloro che possiedono un cuore puro e sincero.
Ad ogni primavera Rocciaverde si risvegliava dando il suo saluto ai nuovi arrivati: alberelli di ogni tipo che si stiracchiavano al primo sole, muovevano le giovani radici traballanti sul terreno e, incuriositi da tutto, sventolavano i rametti nudi di qua e di là, per non perdere niente di ciò che accadeva loro intorno.
E gli altri intanto… gli alberi alti, robusti, tortuosi, più giovani, più vecchi, spostavano i loro rami da una parte all’altra, affinché  i  raggi del sole, giungessero caldi a riscaldare le piccole braccia tese verso l’alto.

Umani!!
Betty, la betulla e Spaccasassi, percorrevano su e giù i sentieri scrutando il bosco, alla ricerca di qualcuno da aiutare. Succedeva infatti, che spesso, le piantine appena nate, rischiavano di soffocare a causa di strane cose portate su dagli umani (che dalla pianura si spingevano lungo i sentieri) e lasciate incustodite e dimenticate.
“Come possono dimenticare pezzi di se stessi?” Tuonava re Aberos, non riuscendo a capire tali stranezze.
Eppure succedeva sempre più spesso. E non solo si trovavano “pezzi” di umani sparsi dappertutto, ma essi (gli umani) avevano, al loro servizio, delle creature che facevano un rumore assordante, che puzzavano di qualcosa di non naturale, che possedevano dei piedi rotondi e cicciotti (chi ne aveva due, chi quattro) e che li trasportavano sul loro dorso, lasciando tutt’intorno un fumo denso ed irrespirabile.
Ma non c’era solo questo.
Sempre più spesso venivano trovati alberi feriti o addirittura uccisi.
Alcuni erano mutilati dei rami, che giacevano a terra senza vita; altri depredati dei loro frutti con a terra lo scempio di foglie, involucri di frutti, rametti calpestati e schiacciati.
Poi c’erano i tronchi tagliati: alberi in agonia che sentivano la linfa a poco a poco, spegnersi dentro di loro.

Medici arborei
Madre Natura non aveva abbandonato Rocciaverde: seguiva con preoccupazione le vicende delle sue creature, che avevano un po’ di tregua soltanto quando le piogge
sferzavano incessanti, per giorni, i boschi, o quando larghi fiocchi avvolgevano e coprivano, sotto un bianco mantello, tutto il paesaggio.
 Solo in quei periodi gli umani non si vedevano, altrimenti…
A Casti, il castagno, era stato affidato il compito di curatore (una specie di medico arboreo), cosa che il grande albero svolgeva nel migliore dei modi, cercando di alleviare le sofferenze dei suoi compagni. In questo lavoro era aiutato da Roverella, che si occupava soprattutto dei giovani alberelli e delle piantine appena nate.

I mostri
Anno dopo anno, il tempo trascorreva, si susseguivano le stagioni e la comunità arborea cresceva rigogliosa e verdeggiante, fino a quando…
Già, fino a quando grossi mostri meccanici al comando di umani, arrivarono dalla pianura e diedero la scalata a Rocciaverde.
Le malefiche creature dai denti metallici erano lì per saziare la loro fame, ingoiando tutto nei loro orribili corpi.
Al loro passaggio rimanevano sul terreno rocce sbriciolate, terra, foglie, piante ed alberi.
Cosa si poteva fare per fermarli?
Come potevano, gli alberi, combattere contro i mostri famelici, con la corazza di metallo?
Il popolo arboreo era nella disperazione totale.
Durante la notte, quando le orribili creature dormivano, Casti e Roverella percorrevano il bosco, cercando di portare aiuto e conforto ai compagni feriti. Ma essi diventavano sempre di più ogni giorno che passava e sempre di più erano gli alberi sradicati, che venivano tagliati e portati via.

Federico
Tra gli umani che lavoravano alla distruzione di Rocciaverde c’era anche Federico, il più giovane del gruppo.
Era un ragazzo magro, con occhi e capelli scuri; un tipo un po’ timido, ma con il viso simpatico e tanta voglia di chiacchierare.
Si capiva che gli altri umani gli volevano bene e lo avevano preso sotto la loro protezione, anche se lui non ne aveva affatto bisogno, poiché era molto deciso e sapeva il fatto suo.
Il suo compito era quello di trascinare via gli alberi caduti sotto i morsi delle orribili mascelle metalliche e di tagliarli in tanti pezzi.
Federico si era accorto, già da un po’, che i tronchi abbattuti erano ricoperti da una sostanza verde fluorescente, così come avveniva per i tronchi degli alberi di tutta Rocciaverde. Con una differenza: su quelli non abbattuti la sostanza formava delle gocce, che dall’alto cadevano giù scivolando lungo tutto il tronco, somigliando molto a delle lacrime.

Lacrime d’albero
Incuriosito da ciò che aveva scoperto, Federico, una sera, finito il lavoro, si addentrò nella zona boscosa.
Camminando lungo i sentieri si guardava intorno stupito ed impaurito: ogni tronco “piangeva” lacrime verdi e su tutto regnava un silenzio di dolore e di morte.
Senza accorgersene il giovane salì sempre più in alto e, ad un tratto, si trovò davanti, maestoso nella sua imponenza, Aberos, l’abete rosso re del mondo arboreo.
Federico si fermò e restò a fissare il magico albero, ma anche Aberos lo stava osservando con i suoi occhi saggi e penetranti, che brillavano nell’oscurità come  due smeraldi.
Il ragazzo indietreggiò e stava per tornare sui suoi passi quando…

Sono un albero!
Una luce abbagliante gli fece chiudere gli occhi per un istante e quando li riaprì non era più lo stesso: il suo corpo era sparito lasciando al suo posto il tronco di un albero.
Federico era stato trasformato in un albero!
Subito subito fu impaurito, poi rivolgendosi ad Aberos disse:”Perché mi hai fatto questo?”
Il maestoso abete lo guardò  con lo stesso amorevole sguardo con cui un nonno guarda il nipote e così gli rispose:”Sento che il tuo cuore di umano non è cattivo; so che fai il tuo lavoro ubbidendo ad altri, senza sapere il dolore che procuri. Sarai albero per un po’, così imparerai a conoscere le creature che vivono in questa zona boscosa e seguirai la loro vita e forse, la loro morte.”
Federico aveva voglia di piangere, di urlare, di arrabbiarsi, ma sapeva che sarebbe stato tutto inutile e poi… le parole di Aberos lo avevano colpito e si chiedeva, essendo umano, cosa avesse voluto dire con le frasi “dolore che procuri” e “… forse la loro morte.”

Una nuova vita
Quella sera cominciò la nuova vita di Federico,
albero nel mondo arboreo di Rocciaverde.
Non vedendolo sul posto di lavoro, gli umani si chiesero cosa potesse essergli successo, non immaginando, neppure per un momento, che egli potesse osservarli ed udirli sotto un altro aspetto. In quella strana veste conobbe le creature abitatrici del luogo e strinse amicizia, in modo particolare, con Strobo, un albero “capellone e poeta, che suonava la lira ed allietava tutti con i suoi canti e con Spaccasassi, un alberone muscoloso e forte, patito di body building.
I nuovi amici lo accompagnarono lungo i sentieri, insegnandogli le cose più segrete della vita degli alberi e Federico si appassionò talmente da non sentire la nostalgia del suo corpo da umano.
La mattina, ai primi raggi del sole, stirava le sue lunghe braccia verso il cielo, respirava l’aria pura e sentiva scorrere dentro di sé la linfa della vita; la sera si addormentava cullato dalla brezza, accarezzato dai raggi tremuli della luna o circondato dall’occhieggiare delle amiche stelle.
La sua giornata era allietata da un gruppo di giovani alberelli che lo consideravano una specie di fratello maggiore e a cui Federico raccontava le storie degli umani e la sua vita prima di diventare un albero.
Molto spesso sentiva dentro di sé una grande tristezza e dal suo tronco cominciavano a scendere grosse lacrime verdi, mentre un freddo gelido lo percorreva tutto.
Di tutto ciò chiese spiegazione ad Aberos.

Decisione
La risposta del maestoso albero fu questa:”Ogni qualvolta gli umani uccidono uno di noi, Rocciaverde piange. E tante lacrime verseremo fino a quando non ci sarà più un solo albero, poiché la nostra sorte è segnata: il nostro paradiso boscoso sarà distrutto definitivamente.”
Quella sera Federico prese una decisione: fermare gli umani a tutti i costi.
La mattina seguente, accompagnato da Strobo, Casti, Roverella, Betty la betulla e Spaccasassi, radunò un piccolo esercito di alberi e scese dove i mostri stavano divorando il terreno.
Era una giornata nebbiosa e gli alberi, istruiti da Federico, apparivano e sparivano nella nebbia come spiriti diabolici, spaventando a morte gli umani, che cercavano di contrastarli con i loro mostri meccanici.
La battaglia andò avanti per un po’.
Strombo perse alcuni rami, mentre Roverella fu addentata più volte e rimase ferita.
Ad un certo punto, complice la nebbia, due mostri si scontrarono: ci fu un boato, una vampata di fuoco, pezzi di metallo dappertutto e Federico fu scaraventato in aria, lontano…

Contatto
Riaprì gli occhi circondato… dagli umani.
“Mi hanno catturato!” pensò.
Ma con sua grande sorpresa si accorse che si stavano prendendo cura di lui, medicandogli la ferita sulla tempia e alla gamba.
Sulla tempia? Alla gamba?”
Sì, era ritornato umano.
Era stato solo un sogno?
Aveva veramente vissuto, per un po’, una vita da albero?
Federico non sapeva cosa rispondersi, ma si alzò con fatica e fece cenno ai suoi compagni di seguirlo.
Li accompagnò su, nel cuore di Rocciaverde, al cospetto di Aberos.Tutti rimasero stupiti dalla bellezza, dalla maestosità, dall’imponenza dell’abete rosso, che dritto e forte proteggeva il meraviglioso regno.
Qualcuno bisbigliò;”Non possiamo rovinare questo paradiso!”
Federico chiese ai compagni di posare una mano sui tronchi circostanti e di ascoltare: tutti sentirono la linfa scorrere sotto la corteccia bagnata da gocce verdastre ed il battito di un cuore arboreo.
Il ragazzo cercò con preoccupazione Roverella.
Cosa le era successo? Era ancora in vita, dopo essere finita più volte sotto i denti dei mostri?
Niente paura!
La corteccia era robusta e l’aveva protetta: le ferite del giovane albero si stavano rimarginando a vista d’occhio.
Gli umani intanto osservavano stupiti e meravigliati: non pensavano esistesse un luogo simile, così bello e ricco di magia.
I raggi della luna filtravano tra le foglie del bosco e accompagnavano i passi di Federico e dei suoi compagni che scendevano verso la pianura.

Il ritorno degli umani
Per una settimana nessun estraneo si fece vedere.
I mostri rimasti sembravano addormentati  di un sonno profondo.
Le creature arboree cercavano di curare gli alberi  abbattuti, ma spesso i loro sforzi erano inutili.
Tanti tronchi a terra agonizzanti, volgevano l’ultimo sguardo al cielo che li aveva visti nascere e crescere. Rocciaverde non era più la stessa: gran parte del suo territorio era stato divorato. Enormi voragini si trovavano ora dove un tempo cresceva rigogliosa la vegetazione.
I ceppi degli alberi sembravano orrendi fantasmi, custodi di un mondo desolato e pauroso. Poi un giorno… un gruppo di umani, tra cui Federico ed i suoi compagni di lavoro, scalò Rocciaverde.
Il mondo arboreo cominciò a tremare: cos’altro stava per succedere?
Quale altra disgrazia stavano portando?
Il gruppo discuteva animatamente e si spostava da un posto all’altro. Gli umani usavano gesti e suoni per comunicare tra di loro: alcuni di essi sembravano arrabbiati, altri cercavano di calmarli ma poi, a loro volta, si arrabbiavano e tutto ricominciava da capo.
Che strani esseri gli umani!
La cosa andò avanti per un po’. Poi, dopo aver esplorato da cima a fondo Rocciaverde, il gruppo se ne andò da dove era venuto.

Che sollievo!
Le creature arboree tirarono un sospiro di sollievo nel veder scomparire gli umani tra le nebbie formatesi in pianura.
Poi però, ad un tratto, udirono dei passi percorrere i sentieri.
Era Federico che, tornato indietro, si dirigeva al cospetto di Aberos.
Giunto sul posto posò una mano sul secolare tronco e disse:”Amico albero, tu un giorno mi hai salvato: mi hai aperto gli occhi su quello che io ed i miei compagni stavamo facendo. Hai fatto in modo che provassi, sulla mia pelle, la sofferenza e la paura che voi tutti avete provato. Sono stato uno di voi, ho imparato a conoscere il vostro bellissimo mondo, ad apprezzarlo ed ho combattuto con tutte le mie forze per salvarlo. Adesso sono tornato umano, ma i miei propositi sono gli stessi e farò di tutto affinché ciò che esiste su Rocciaverde non venga distrutto. Mi batterò per questo!”
La risposta di re Aberos non si fece aspettare. “Tu sei un ragazzo col cuore puro e sincero. Dal primo momento in cui ti ho visto ho capito che eri tu colui che aspettavamo. Sarai sempre il benvenuto, ragazzo mio. Vieni pure qui quando vuoi. Se avrai bisogno di noi, per te ci saremo sempre.”
Man mano che le parole di Aberos si sprigionavano tutt’intorno, tante figure si avvicinavano circondando il giovane umano: erano gli alberi del bosco che volevano esprimergli riconoscenza ed amicizia. Tra tutti svettavano Roverella, Casti il castagno, Betty la betulla, Strobo e Spaccasassi. Federico si addormentò in mezzo a loro.

Rocciaverde è salva!
Trascorse ancora del tempo. Più nessun mostro posò le sue zampacce sul terreno di Rocciaverde.
Fu così che un giorno passò di lì, durante uno dei suoi viaggi di esplorazione, Madre Natura che, vedendo la distruzione a cui era stata sottoposto il suo paradiso, si tirò su le maniche della candida veste e depose qua e là alcuni semini.
Subito i germogli crebbero ed in poco tempo la vegetazione ritornò rigogliosa e verdeggiante.

Federico è diventato il cavaliere protettore del mondo arboreo (gli umani lo chiamano guardaboschi) e perlustra in lungo ed in largo tutto il territorio. Inoltre ha anche il compito di accompagnare i piccoli umani a conoscere la zona boscosa di Rocciaverde.
Eh sì: ogni tanto gli umani riflettono e, solo dopo aver distrutto e solo qualche volta, capiscono che ci sono “cose” che vanno preservate poiché sono importanti per la vita.
Così è stato per Rocciaverde.
Aberos continua a regnare sul mondo arboreo aiutato da tutti gli alberi del bosco ed in particolare da Betty la betulla, Strobo il poeta, Casti il castagno, la gentile Roverella ed il muscoloso Spaccasassi, che continua ad allenarsi per mantenere sempre in forma i suoi rami.
I tronchi degli alberi non piangono più “lacrime verdi”, perché la paura ed il dolore sono scomparsi dalla zona boscosa.
Ora la serenità accompagna il trascorrere del tempo e la nascita di alberelli di ogni tipo.

Piccoli umani
Colui (umano) che si trova a passare in quella zona, non può non essere attratto da ciò che vede, non può restare indifferente a ciò che si trova di fronte. E’ un qualcosa di magico che lo spinge a salire lungo i sentieri, che gli fa alzare la testa verso la cima degli alberi, che gli fa respirare un’aria piena di profumi diversi e gli sussurra di ascoltare il soffio del vento tra le foglie. E lì, immerso nella pace della zona boscosa si sente tranquillo e sereno, perché sa di essere protetto dalle creature arboree.
Come sappiamo tutto questo? E’ presto detto. Ci siamo stati: piccoli umani venuti dalla pianura, con una gran voglia di “vedere”. Anche noi, affascinati, impauriti, meravigliati, abbiamo ascoltato le parole del bosco e siamo scesi da Rocciaverde con una missione da compiere. Tutti insieme, armati di entusiasmo, abbiamo escogitato un piano: ci siamo messi d’accordo ed ognuno…
Beh! Questa è un’altra storia.


 

 

di
Giorgia Brusa, Emanuele Teppa, Sara Rosso, Fabio Sanfilippo, Gloria Diglaudi, Erik Durbano, Giulia Juglair, Martina Fassi, Mariastella Castellano, Stefano Saulea, Jonathan Collino, Chiara Cappa, Aurora Sola, Giulia Accastello, Damanpreet Singh, Alessio Tuninetto, Francesca Druetta, Antonio e Gabriele venturiero

 

 


 
 



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